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L'eredità profetica di don Giorgio nell'omelia del Vicario della Diocesi (pubblichiamo il testo integrale)

“Grazie Don Giorgio per aver sognato e realizzato ‘La Ricerca’ che vive qui sullo Stradone Farnese, nelle nostre comunità, nei nostri centri educativi e d’ascolto. In questi quarant’anni tanti ragazzi e famiglie si sono appoggiate a ‘La Ricerca’ per problemi seri o anche solo in momenti transitori di difficoltà e sono sicuro che tutti loro ti portano nel cuore”.

E’ Gian Luigi Rubini, presidente della onlus, a rivolgere a don Giorgio Bosini il primo pensiero in occasione della messa dedicata al fondatore dell’associazione, strappato il 16 marzo dal covid ai tanti che l’hanno amato. Uno degli oltre cento “santi della porta accanto” come papa Francesco ha definito i sacerdoti vittime del virus. Una raffigurazione che ritrae perfettamente don Giorgio. Fragile e tenace, dotato di una profonda fede e spiritualità che sapeva tradurre in parole capaci di sollevare dall’angoscia ma anche trasformare in fatti e opere, si è battuto per chi non poteva farlo, ingaggiando battaglie – come per la droga – quando molti preferivano girarsi dall’altra parte. Lui non l’ha mai fatto, la sua porta era aperta a qualsiasi ora così come il suo telefono non era mai spento.

La messa si è svolta nel tardo pomeriggio di ieri nel giardino della sede dello Stradone Farnese che per lui, già bambino di campagna, era un angolo di serenità. Lo spazio e l’emergenza sanitaria hanno consentito l’accesso ad un numero limitato di persone, certamente molte meno di quante avrebbero voluto esserci. Per questo “La Ricerca” sta pensando ad una successiva iniziativa in un luogo pubblico e in tempi più sicuri.

 

Monsignor Luigi Chiesa, vicario generale della diocesi, ha presieduto la funzione concelebrata da don Giuseppe Illica, don Giuseppe Basini, don Franco Capelli, padre Bonifacio dei Figli di Sant’Anna, don Giuseppe Dossetti, don Giuliano Stenico, don Davide Maloberti, Mario Idda direttore della Caritas. “Don Giorgio ci lascia il suo cuore – ha detto monsignor Chiesa – che ha saputo coltivare con una gioiosa spiritualità. Nel cuore aveva la passione per Cristo. Si è speso per farlo conoscere e incontrare ad ogni uomo. Un’eredità profetica la sua, che per noi diventa gratitudine e responsabilità. Ora tocca a ciascuno di noi, chiesa diocesi, città continuare le sue opere”.

DI SEGUITO PUBBLICHIAMO IL TESTO INTEGRALE DELL'OMELIA*

 

Alla funzione erano presenti tra gli altri, con la sorella e familiari di don Bosini, diverse suore della congregazione “Figlie di Sant’Anna”, l’assessore comunale al welfare Federica Sgorbati, il presidente della Banca di Piacenza Corrado Sforza Fogliani.

 

Preghiere per don Giorgio sono state pronunciate da alcuni che gli sono stati vicini negli anni: Patrizia Bottazzi, Luigi Rizzi, Angela Fasoli presidente dei volontari “PaCe”, Paolo Tansini, Claudia Barabaschi, Donatella Peroni, Rinaldo Busca, Pieranna Massari, Claudio Lisetti. Sono intervenuti infine la direttrice de “La Ricerca” Itala Orlando e Piergiorgio Veneziani che ha letto una riflessione di don Giorgio:

 

“Per agire bene e per il bene,

bisogna tornare a porsi in ascolto,

in un ascolto attento, vigile, privo di facili presunzioni.

Bisogna vedere

cioè guardarsi attorno con molta sensibilità,

perché chi ha veramente bisogno

non grida,

non va sui giornali o in tv.

 

Per dare, bisogna conoscere, ascoltare

che cosa l’altro chiede:

non si va incontro agli altri con ricette preconfezionate,

Non bastano competenze specialistiche,

servono cuore e sensibilità

per accompagnare senza spingere …

 

E una volta capito,

faccio mio il problema di chi ha bisogno

e mi batto perché questo diventi,

non solo anche il mio,

ma “il problema di tutti”.

 

(don Giorgio Bosini) 

 

 *OMELIA DI MONS. LUIGI CHIESA, vicario generale della Diocesi di Piacenza-Bobbio:

Il 16 marzo scorso don Giorgio ci ha lasciato.

Sono trascorsi poco più di tre mesi. Il tempo che passa a volte diventa uno spazio per il distacco da chi ci ha lasciato, ma altre volte è una finestra che si apre su un’altra dimensione che ne rafforza la vicinanza e il ricordo sempre più vivo e fondato sull’essenziale, capace di gratitudine e di responsabilità.

Leggendo il bellissimo ricordo tratteggiato dalla dott.ssa Itala Orlando, direttrice dell’Associazione “La Ricerca”, nel libro pubblicato da “Il Nuovo Giornale”, si coglie la ricchezza dell’eredità che don Giorgio ci lascia: una eredità che possiamo definire profetica, capace di dirci qualcosa di importante per noi oggi e per il futuro.

Un’eredità che permette a chi la riceve di camminare in questa scia di grazia, nella Chiesa che si rinnova e vive in questo presente, dove chi ci ha lasciato in realtà è ancora, e in certo senso ancor di più, con noi.

 

 “Compagni di viaggio”: così il titolo del libretto che ci ricorda nei tratti essenziali i sei sacerdoti della nostra Diocesi, che hanno dato la vita in questi mesi di pandemia.

Leggendo la vita di questi nostri amici, ancora una volta mi sono reso conto di un fenomeno che concerne la vita di tutte le persone che Dio ci dà come testimonianza di vita cristiana e di autentica umanità: tutti hanno una vita che non finisce al momento della morte.

Non solo evidentemente nel senso della vita oltre la morte nella quale, come la nostra fede ci insegna, entra ogni essere umano, ma di una vita che non finisce nemmeno quaggiù, nel tempo, nella storia. Le persone che Dio ci dà come segno e modello di pienezza di vita, continuano a vivere come eredità, come eredità di vita di cui chi ancora cammina nel tempo può beneficiare.

 “Tutto è compiuto” ha detto Cristo prima di spirare. Solo Lui l’ha potuto dire. Ma per ognuno di noi, anche per i più santi, al momento della morte, c’è ancora tanto da compiere.

 Nel momento della nostra morte, c’è un compimento che opera il Signore, per introdurci nella vita eterna, nella casa del Padre. E questo è uno dei motivi della nostra preghiera di suffragio: il Signore Risorto porti a compimento la vita di don Giorgio, in paradiso.

 Ma c’è un compimento che deve continuare ad accadere anche quaggiù: chi ci ha lasciato, ha lasciato qualcosa di incompiuto, come compito per noi. Si tratta di raccogliere l’eredità che ci lasciano e portarla avanti, verso il compimento!

È il secondo aspetto del suffragio che diventa gratitudine, impegno e responsabilità.

 

Cosa c'entra questo con Don Giorgio?

A dire il vero, questo c'entra ora più con noi che con lui. Lui c'entra perché la sua testimonianza l'ha data, e ci ha trasmesso un'eredità inequivocabile di amore a Cristo, di carità̀, di pienezza di vita in Cristo nell'offerta di sé fino alla fine.

Ma ora c'entriamo soprattutto noi.

Ed è questo che ci interpella oggi, in questa Messa di ricordo e di suffragio.

Don Giorgio ci lascia una grande eredità, per ciascuno, per la nostra chiesa, per tutti.

Certamente la nostra responsabilità è anche nei confronti delle opere che da lui sono nate. Evidentemente questo è necessario.

Ma l'eredità da raccogliere è soprattutto e anzitutto quella qualità e pienezza di vita che lui ha vissuto e che in lui ha generato le opere: questa è l’eredità da accogliere, perché le sue opere continuino ad avere un’anima che le mantenga in vita e le faccia crescere!

Voglio dire che per accogliere, da figli, una eredità bisogna accogliere non solo le cose, le opere, ma il cuore di chi ce la lascia. L’eredità per i figli è cuore del padre.

Don Giorgio ci lascia il suo cuore! “Il cuore – sono parole di don Giorgio – è la valorizzazione della propria identità, la conoscenza di Dio attraverso l’uomo, attraverso l’ascolto della sua domanda più profonda, quella sul senso della vita”.

 

Celebrare la santa Messa in suffragio di don Giorgio nella solennità della Natività di san Giovanni Battista è una circostanza che riempie di significato il suo ricordo e la nostra preghiera. Che ci fa comprendere e ci aiuta ad ereditare il suo cuore.

Anzitutto perché Giovanni Battista indica il senso della vita per ogni cristiano.

Fin dal grembo di sua madre, e poi tutta la sua vita, nel deserto, nell’essenzialità, … Giovanni ha vissuto per incontrare e manifestare Cristo, per riconoscerlo ed indicarlo agli altri.

Giovanni non attirava a sé: Giovanni rimandava ad un altro, a Cristo.

E questo è il senso della vita cristiana, e specialmente per la vita del prete.

Senza volerlo canonizzare, di don Giorgio possiamo sicuramente dire che in tutta la sua vita così intensa, ha avuto a cuore Cristo e la passione per farlo riconoscere e incontrare, dall’uomo, ogni uomo, a cominciare da chi gli veniva incontro col suo bisogno.

Se di fronte alle tante necessità non si è girato dall’altra parte; se ha accettato la sfida dell’incontro, con grande rispetto e pazienza con chi aveva davanti; se “sapeva leggere in tutti la parte bella su cui lavorare”; se l’austerità la riservava a se stesso, …

se ha saputo giocare tutte le sue energie; se ha potuto far nascere tante opere;

se ha fatto tutto questo e altro, è perché ha saputo coltivare il suo cuore, con una forte spiritualità, profonda e gioiosa, centrata su Cristo: ha saputo essere “l’amico dello sposo”.

 

Un altro aspetto della vita del Battista è il suo desiderio di diminuire per affermare che Cristo è tutto.

 Nella seconda lettura di oggi ce lo ricorda san Paolo nella sinagoga di Antiochia: «Diceva Giovanni sul finire della sua missione: "Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali".» (At 13,25)

 Il finire di una missione non è la fine, tanto meno un fallimento, ma, come dicevo, è il suo compimento. Per Giovanni, la vita e la missione trovano compimento e pienezza nel diminuire e scomparire per accogliere e manifestare Cristo.

 Questa è l’icona ideale e compiuta della vocazione di un prete: Il desiderio di diminuire per affermare Cristo!

Tendendo a questo, il cristiano, e in particolare un prete, saranno sempre testimoni di un paradosso, di un capovolgimento radicale dei valori mondani.

È il paradosso pasquale: è la novità assoluta che Cristo ha portato nel mondo, una novità che Dio, in un modo o nell’altro, offre ad ognuna delle nostre vite donandoci una vocazione.

 Perché la vocazione si realizzi, è sempre necessario entrare in questa logica, andare controcorrente, opporsi ad una “normalità” che riduce la nostra vita a quello che vogliono i progetti umani, rifiutando la novità che Dio vuole realizzare in ognuno di noi.

Anche la mamma di don Giorgio coglieva in lui questa “anormalità” quando gli diceva “ma quando ti metterai a fare il prete normale?”

 Giovanni Battista è nato come profeta ed è morto come testimone.

Vivere questa libertà è una profezia, la profezia che si compie nel dare testimonianza con la vita.

 Credo che questo lo possiamo dire di don Giorgio.

Ha avuto la libertà e la forza profetica di dire dei “sì” e dei “no”, di ubbidire e prendere decisioni, di pagare di persona, testimoniando con la vita per permettere alla sua vocazione di realizzarsi secondo il disegno di Dio.

 

Don Giorgio ha avuto una vita intensa.

Gli ambiti del suo ministero sono stati tanti: la lotta alla tossicodipendenza, la nascita del CeIS, “la Ricerca”, di cui sarà presidente fino al 2009, le strutture fondate dall’Associazione: La Pellegrina, la Vela, il centro don Zermani, la comunità Luna stellata, la Comunità Emmaus…

E poi l’impegno alla Madonna della Bomba, direttore della Caritas diocesana, Cappellano nella casa madre delle suore di sant’Anna, Direttore spirituale del Seminario teologico, Economo della Diocesi…

È stato scritto che ogni suo impegno nasceva come risposta al mandato dei Vescovi che si sono avvicendati: Mons. Manfredini, Mazza, Monari, Ambrosio…

 Verrebbe da dire: la persona giusta al posto giusto. Certamente.

Ma qual è il prete giusto al posto giusto? Quello che va dove è inviato e fa quello che gli è chiesto.

Don Giorgio ha fatto così, in obbedienza, con libertà e creatività!

Lasciandosi provocare dalla realtà, e continuamente “gettandosi oltre la siepe”.

E forse, in un momento così drammatico come questo, che per lui ha voluto dire l’offerta della vita, forse il suo cuore continua a dirci di saper guardare anche noi, oltre noi, a chi sta soffrendo maggiormente, ad allargare lo sguardo e dilatare il cuore. Senza perder tempo.

Forse potrebbe dirci che se vogliamo che “la farina della giara non si esaurisca e l’orcio dell’olio non diminuisca (1 Re 17, 14) dobbiamo rischiare e condividere quello che ci è rimasto.

E non solo tra di noi.

“Pan-demia”: significa che riguarda l’intera popolazione del mondo. Penso oggi, ad esempio, alle popolazioni dell’America Latina, del Brasile, alle popolazioni della diocesi di Roraima, con la quale abbiamo forti legami, che hanno migliaia di morti e sono in totale povertà.

Grazie don Giorgio, per la tua vita e per la tua eredità! Per tutto il bene che hai voluto e hai compiuto. Te lo diciamo noi che siamo qui oggi, in rappresentanza di tutti coloro che hanno camminato con te, singoli, famiglie, i nostri preti, la nostra Diocesi e la nostra città.

Ti affidiamo al Signore Risorto perché porti a compimento la tua vita nella Casa del Padre, mentre ti chiediamo di intercedere perché noi, ancora quaggiù, sappiamo accogliere la tua eredità e perché diventi un compito nella nostra vita.

 mons. Luigi Chiesa

Vicario generale Diocesi di Piacenza-Bobbio

 

 

 

 

 

 

 

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