NEWS ALLA “RICERCA”

NEWS A PIACENZA, IN ITALIA

"Sono stato naufrago anch'io, non salvarli è disumano". Il medico di Lampedusa racconta morti e salvataggi dei migranti e commuove il pubblico piacentino

PIACENZA - Una giovane donna di colore si avvicina radiosa al dottor Bartolo. L’immagine è proiettata sul maxi-schermo nella Sala Arazzi del Collegio Alberoni, sabato mattina, 4 novembre, piena di gente, commozione a mille perché quella è la prova di un “miracolo” che si è consumato in una terribile notte (una delle migliaia di notti, di giornate, di ore drammatiche) sulla banchina di Lampedusa, “zattera” nel Mediterraneo tra l’Africa e l’Europa: lei era tra i tanti disperati di quel tragico 3 ottobre 2013, “quando contammo 368 morti, tante donne, tanti bambini che stavano cercando di venire nel nuovo mondo”,  arrivata in fin di vita al punto da essere ormai destinata al sacco per cadaveri, ma prima di decretarne il decesso che sembrava ormai certo, lui, il medico, Pietro Bartolo, tenta ancora l’auscultazione cardiaca, perché crede di aver sentito un flebile flebilissimo battito, ascolta e ancora: “Ecco c’è! C’è ancora vita!”, farà di tutto per trattenerla, e ci riuscirà. “Oggi quella giovane donna vive in Scandinavia, ma siamo ancora in contatto”.  Pietro Bartolo, il medico in prima linea da 27 anni nel mare e sulla banchina di Lampedusa, dove ad oggi sono sbarcati migliaia di disperati, lo sottolinea con voce greve di sentimento, di passione, di pietà umana, dolore e soddisfazione nel contempo, soddisfazione di sentirsi uomo, “non un eroe, ma un uomo, perché non fare niente per salvare queste persone sarebbe disumano. Io faccio semplicemente il mio dovere di medico, a me non è mai capitato di rischiare la vita, ho fatto tanti sacrifici ma i veri eroi sono i volontari che accolgono i migranti. Salvare la vita di un persona è il dovere di ogni uomo”.

Tanti “ormai cadaveri” strappati alla morte - In tutti questi anni sul fronte dell’accoglienza il dottor Bartolo ha curato più di 320mila migranti – “uno a uno: donne, uomini, bambini, non numeri, ma persone” - lui che è medico con specializzazione in ginecologia e ostetricia, si è trovato suo malgrado a dover fare anche il medico legale: "Ho dovuto ispezionare più di mille cadaveri nei sacchi, donne, uomini, bambini". La voce gli si incrina di continuo – “Non ci si abitua mai alla morte” – e confessa che più il tempo passa, più sta male, ma non si stanca mai di correre in soccorso. “Quante, quante volte mi è capitato di trovare la vita là dove sembrava avesse trionfato la morte”.

GIANGIACOMO SCHIAVI HA INTERVISTATO CON IL DOTTOR PIETRO BARTOLO ANCHE L'INVIATO DI GUERRA LORENZO BIANCHI (secondo da sinistra) E L'OSTETRICA PIACENTINA DI MEDICI SENZA FRONTIERE BENEDETTA CAPELLI

Intervistato da Giangiacomo Schiavi, editorialista del Corriere della Sera, piacentino, giornalista di grande umanità che con il suo contributo ha consentito che la Croce di Lampedusa – fatta con i legni dei barconi - passasse anche per Piacenza, nei nostri luoghi del dolore e della speranza, compresa anche la casa accoglienza per malati di aids “Don Venturini”, e che ha poi seguito tutto il percorso di incontri voluti dalla Fondazione Opera Pia Alberoni di concerto con Svep e associazione “La Ricerca” per farci riflettere sul momento storico che stiamo vivendo del grande esodo delle migliaia di disperati in fuga dalla fame, dalle torture, dalle guerre,  il medico di Lampedusa con le sue parole e le immagini, crude proiettate a raffica, ci ha presi per mano, ha catturato il nostro cuore fino a farci calare lì in quelle ore, in quei momenti di lotta per la vita, quasi a sentire l’odore del sangue, i respiri, le grida, i pesanti silenzi delle tante morti. “Forse sono il medico che ha fatto più ispezioni cadaveriche del mondo, e posso assicurare che non ci si abitua mai. Vomito e piango sempre più spesso” e parla degli incubi sempre più frequenti nelle sue notti peraltro spesso interrotte da chiamate di aiuto. “Sono costretto a prelevare campioni di dna dalle costole o dalle orecchie dei cadaveri, per cercare di restituire loro un poco di dignità anche da morti. Ma tutto questo è disumano”.

“Morire è morire, è morire e basta” - Nella sua voce c’è anche tanta rabbia per quanti si ostinano a voler distinguere tra profughi che fuggono dalle guerre e profughi cosiddetti “economici” cioè quelli che scappano dalla miseria e dalla fame: “Tutti hanno il diritto di essere salvati… Sapete? Morire è morire...è morire e basta. E se io dovessi scegliere se morire di guerra o di fame, sceglierei di morire di guerra, perché morire di fame è un’agonia che dura anni, sofferenze immani. Quindi perché negar loro un aiuto? Perché?”.

“Lacrime di sale, come quelle sul volto di mio padre” – Dal 1993 responsabile del Presidio sanitario e del poliambulatorio di Lampedusa per l’ASP di Palermo, prima di essere medico, Pietro Bartolo è stato pescatore come suo padre. “Sono stato naufrago anch’io, quindi capisco cosa significa dover stare nel Mediterraneo di notte per ore… Solo che sono stato fortunato: qualcuno è venuto a ripescarmi, invece molti di loro non hanno avuto questa fortuna”.  Medico-amico di queste persone conosciute una a una, ha raccolto le loro ansie, le loro paure, le loro speranze, le confidenze, e ad un certo punto ha sentito il dovere di dar loro più voce, perché la gente sapesse, perché il mondo sapesse, perché solo andando oltre la comunicazione di massa, e non fermandosi in superficie si può capire quale vero dramma stiamo vivendo. “Per non far loro torto nel divulgare quanto mi hanno confidato decisi di mettermi in gioco in prima persona e di scriverne un libro raccontando anche la mia vita, comprese le sofferenze di mio padre, morto di cancro, e che fino agli ultimi giorni portavo in barca con me, in mare, e sul viso provato dalle sofferenze vedevo scendergli lacrime, lacrime marcate dal sale del mare. Lacrime che ho ritrovato ancora più evidenti sui volti di tutte queste persone”. Di qui il titolo del libro  "Lacrime di Sale" (La Feltrinelli), che lo ha fatto conoscere al grande pubblico insieme al film documentario "Fuocoammare" di Gianfranco Rosi, Orso d’Oro al Festival di Berlino e candidato agli Oscar 2017 nella sezione “Miglior Documentario”. “Un film che ho voluto fortemente – ricorda -, ho convinto il regista, è stato un dono. Credo che più importante della candidatura all’Oscar sia il messaggio che il film trasmette: non dobbiamo consentire che quelle cose accadano in quel mare, sta diventando il nuovo Olocausto, anzi peggio”.

Il dovere di dar voce ai disperati - E sono due anni che ogni fine settimana – di una settimana sempre in prima linea sulla banchina dei salvataggi – il dottor Bartolo viaggia per l’Italia e per il mondo per far sentire al mondo il grido di aiuto di questi disperati. Tra le immagini mostra un barcone, uno dei tanti, “questo ad esempio ha fatto guadagnare ai trafficanti 1 milione e mezzo di euro: hanno stipato 840 persone in questa barca, in condizioni disastrose.  

 “Dobbiamo occuparci delle ferite dell’anima”. Alle paure di quanti temono con l’arrivo di queste masse anche il diffondersi di malattie contagiose, come la scabbia, Bartolo risponde scandalizzato: “La scabbia? Ma è un’infezione della pelle che si prende per mancanza di igiene, rischi maggiormente la morte con un’influenza! Piuttosto questa povera gente soffre di una malattia difficilissima da guarire: le ferite dell’anima. Anche su questo bisogna fare qualcosa, dobbiamo fare assolutamente qualcosa. I viaggi di queste persone durano anche qualche anno. Prima devono affrontare il deserto, poi la Libia, un vero inferno dove i diritti umani vengono a mancare. Sopportano di tutto perché l’obiettivo è arrivare in Europa, che è solo l’inizio di un altro cammino. Lampedusa è un’ulteriore tappa, solo che non lo sanno così quando arrivano sulle coste dell’isola cedono, siamo costretti a fare loro i Trattamenti Sanitari Obbligatori. Posso dire che non ne abbiamo mai fatto uno ad una donna. Arrivano quasi tutte incinte, perché violentate, stuprate. Spesso mi chiedono se possono abortire, senza farlo sapere a nessuno, perché nella loro cultura verrebbero cacciate di casa. Oltre al danno la beffa”.

La malattia dei gommoni che colpisce soprattutto le donne - "C’è anche una nuova patologia comparsa dal 2013, che io chiamo la malattia dei gommoni, causata da ustioni chimiche da contatto che colpiscono soprattutto le donne, sono sempre loro che subiscono più sofferenze di tutti. I gommoni sono spinti da motori a benzina, che diluita con l’acqua diventa un veleno subdolo che non provoca sintomi immediati. In realtà il contatto con questa miscela fa male e deturpa la pelle".

“Camminavo sul morbido, erano corpi” - Scorrono le immagini sul maxi-schermo, agghiacciante quella di una stiva piena di cadaveri. “Quando scesi passando da una botola stretta, 70 per 70, mi accorsi di camminare su qualcosa di morbido, erano corpi. Ma tanti tanti stipati lì dentro erano ancora vivi, non riuscimmo a farli uscire tutti, ad un certo punto gli scafisti chiusero la botola sedendocisi sopra, i rimasti morirono soffocati come topi, quando li ispezionai, avevano mani senza unghie, dita spezzate, probabilmente cercavano di scavare nelle pareti, per aprirsi un varco”.

Ma c'è anche la malattia dell'accoglienza – Dalla disperazione arrivare alla speranza è possibile grazie all’accoglienza. Bartolo parla di “malattia dell’accoglienza” che è nel dna dei lampedusani, “e degli italiani, tranne qualche minoranza. I lampedusani sono sempre i primi ad arrivare nei soccorsi, sono un popolo di mare e non vogliono che il mare diventi un luogo di morte. Auspico che questa nostra malattia possa infettare anche quelle persone che preferiscono i fili spinati e voltarsi dall’altra parte, che possa contagiare tanti in tutto il mondo. Il fenomeno delle migrazioni, che mi rifiuto di chiamare problema, è sempre esistito e va affrontato con razionalità e governato. I numeri ci dicono che nel 2016 sono arrivati 181mila migranti, sono un’invasione? In un paese di 60milioni o in rapporto alla popolazione europea non sono certo un numero insostenibile. Serve una gestione razionale e un’equa distribuzione dei migranti”.


Due ore e mezzo di incontro e di attenzione e tensione emotiva massima, alla fine il pubblico si alza in piedi per omaggiarlo con una standing ovation, ma l’impressione è che lui neppure se ne accorga. Riaccende svelto il cellulare che aveva tenuto provvisoriamente spento, sa che potrebbero arrivare messaggi, richieste di aiuto dalla banchina laggiù a Lampedusa, dove sente già l’urgenza di tornare. Tra qualche ora l’aereo da Linate, quindi il volo e l’atterraggio nella sua isola alle 21,30 per essere di nuovo finalmente lì, pronto a dire: “Sì, eccomi”.


Il dottor Pietro Bartolo è intervenuto alla Galleria Alberoni di Piacenza all'incontro organizzato dallo Svep e dall’associazione "La Ricerca" sotto il titolo "Attraverso il mare", nell'ambito delle manifestazioni collaterali alla mostra fotografica sulla Croce di Lampedusa a Piacenza. Sono intervenuti anche Lorenzo Bianchi, giornalista del Resto del Carlino e inviato nelle zone di guerra, per due volte prigioniero in Iraq (ha mostrato l’altra faccia della medaglia, cioà gli inferni da dove queste persone scappano), e l’ostetrica piacentina Benedetta Capelli, di Medici senza Frontiere, impegnata nel soccorso ai profughi nel Mare Mediterraneo (: "Mi è capitato di soccorrere 133 migranti ta cui bambini e donne incinte, tutte vittime di violenza").

L'ASSOCIAZIONE "LA RICERCA" CON SVEP HANNO ORGANIZZATO L'EVENTO IN COLLABORAZIONE CON OPERA PIA ALBERONI

L'intervento introduttivo del presidente dell'associazione "La Ricerca" Gian Luigi Rubini

 

Incontro aperto con gli studenti-reporter

Prima dell'incontro col punto il dottor Bartolo, il giornalista Bianchi e l'ostetrica Capelli hanno dedicato spazio alle interviste di una quarantina di studenti-reporter dei giornali d'istituto piacentini. All'evento hanno preso parte anche studenti e studentesse del liceo scientifico "Ulivei" di Parma con una loro testimonianza-diretta di una missione a Lampedusa.

 

 

 

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