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Con Di Francesco "Per un calcio amico": Una squadra solidale è più forte perché supera tutte le intemperie

“Una squadra solidale è una squadra più forte, perché capace di superare tutte le intemperie”. Eusebio Di Francesco mette il suo “ok” al progetto-pilota “Per un calcio amico” con cui l’associazione “La Ricerca” scenderà in campo da novembre con diverse realtà sportive del territorio - Coni, Associazione Italiana Allenatori di Piacenza, Associazione italiana arbitri, Associazione italiana calciatori, Lega Nazionale dilettanti di Piacenza – per fare del gioco più amato e frequentato dagli italiani un’occasione di crescita. Il placet convinto del famoso allenatore della Roma, e sempre amato ex del Piacenza, arriva in un tardo pomeriggio d’inizio ottobre, lunedì 8, nel grande auditorium (gremito) dell’Università Cattolica. Tra il pubblico i ragazzini delle tre squadre – Podenzano, Turris e Libertas San Corrado - che avvieranno la sperimentazione, ma anche tanti fans del tecnico giallorosso, appassionati, genitori, operatori del sociale, e quegli educatori professionali, psicologi, psicopedagogisti che nei mesi a venire affiancheranno non solo i ragazzi che si cimentano con il calcio, ma daranno man forte alle società sportive per rafforzare le competenze educative di allenatori, dirigenti e tecnici (massaggiatori, accompagnatori, arbitri).

Il mister famoso per quel suo fare schietto e gentile (da buon abruzzese) rimarca di sentirsi «onorato per essere stato scelto come testimonial di un progetto che si basa su un aspetto fondamentale: la solidarietà, su cui costruire il futuro dei nostri ragazzi”. E argomenta: “vengo da un mondo dorato sotto tanti punti di vista, a volte i ragazzi ci guardano come se non fossimo fatti di carne e  ossa, in realtà è il contrario: siamo persone, ci sono intorno a me ragazzi con fragilità uniche o che vengono da realtà differenti. Penso che portare avanti progetti come quello che presentiamo oggi porti anche i più grandi a crescere insieme ai giovani”.

Presidente da 16 anni dell'associazione "William Bottigelli" - Noto e apprezzato per la sua sensibilità e per l’impegno nel sociale (da 16 anni è presidente dell’associazione “William Bottigelli” di Piacenza che promuove progetti a sostegno dei bambini più poveri e disagiati d’Italia e del resto del mondo) elargisce considerazioni e convinzioni che traduce nella sua pratica quotidiana di uomo, figlio, marito, padre e allenatore (e che per questo arrivano al pubblico con la potenza dirompente dell’autenticità).

Due lezioni sull'occasione della sconfitta - Parla di sconfitta come di occasione. Lezioni numero 1: “Bisogna saperla accettare, ma non senza aver prima combattuto: quando si è in campo bisogna dare tutto per vincere, essere competitivi, ma non facendo tranelli o inganni, semplicemente bisogna dare tutto con il massimo impegno. Facendo così si può anche perdere, ma sapendo di aver sudato fino alla fine per la vittoria”. Lezione numero 2: “Dalla sconfitta bisogna ripartire capendo quali sono stati gli errori da non commettere più. Proprio come nella vita”.

La gioia di trasmettere emozioni - E quando la conduttrice dell’evento, Patrizia De Micheli, vicepresidente dell’associazione “La Ricerca” che ha  curato il progetto educativo fin dal suo sorgere, gli chiede che cos’è per lui la gioia? Sorprende piacevolmente tutti: “Io gioisco quando la mia squadra vince la partita ma anche quando perdiamo, perché per me è gioia trasmettere  emozioni agli altri, condividerle …”.

Perché chiedere scusa quando si sbaglia - "Tanto ho imparato - confessa Di Francesco - proprio dal gioco del calcio" (con il padre sempre suo principale punto di riferimento “I genitori hanno una grande responsabilità educativa). Tra gli insegnamenti fatti propri: saper chiedere scusa quando si sbaglia: “Non siamo abituati a chiedere scusa quando si sbaglia, è un concetto fondamentale da cui partire per essere educati anche su un campo di calcio. Spesso i giovani non sono abituati a farlo, ma hanno la possibilità di sbagliare e capire dove stanno gli errori. Chi è più grande deve star loro vicino e cercare di rimediare”. Un altro punto importante: “Essere solidali nelle difficoltà degli altri è basilare in tutto il percorso della nostra vita”. E aggiunge “In questo mondo siamo bravi in solidarietà, ma dobbiamo crescere ancora tanto; anche in una partita di calcio spesso si parte con grande entusiasmo, poi appena un ragazzo è in difficoltà lo si sostituisce o lo si emargina. Al contrario noi allenatori dobbiamo essere bravi a tutelare i ragazzi in difficoltà, e lo stesso vale nella vita con i nostri figli e amici”. Applausi. E ancora applausi.

Avanti tutta col progetto, non demoralizzatevi - Al suo fianco al tavolo dei relatori con Patrizia De Micheli, Gianluca Bariola, ideatore del progetto, e il presidente della Lega Dilettanti Luigi Pelò che confida un desiderio ampiamente condiviso, partendo dai numeri: "47 le società nel settore del calcio giovanile piacentino per un totale di 4052 tesserati: spero che il nostro progetto educativo possa essere allargato a tutti i quanti”. Non sarà di facile né immediata attuazione, il mister giallorosso dà l’ultimo incoraggiamento: “Non demoralizzatevi, il vostro progetto dovrà essere insistente, persuasivo, forte, convinto. Siamo sulla strada giusta: progetti come questo dovrebbero essere recepiti anche a livello nazionale. Dobbiamo impegnarci a dare autostima ai nostri ragazzi, dobbiamo insegnare loro a fare gioco di squadra, dare un pensiero, dare mentalità”.

Tra gli intervenuti il presidente dell’associazione “La Ricerca”, Gianluigi Rubini che introducendo l'incontro ha più volte rimarcato la condivisione con lo stile e i valori che contraddistinguono l’operato del tecnico giallorosso. A fine incontro il vicesindaco di Piacenza Elena Baio si è complimentata per la validità del progetto di rete lanciato dall’associazione “la Ricerca”.

Il progetto di rete "Per un calcio amico" - L’associazione “La Ricerca” che storicamente si occupa di progetti educativi, anche in ambito sportivo, parte dal presupposto ampiamente condiviso che “lo sport, come seconda agenzia educativa dopo la scuola, ha la responsabilità di interrogarsi sulla valenza educativa delle attività che propone a bambini, ragazzi e giovani. Lo sviluppo del giovane calciatore non può riguardare solo gli aspetti fisici e tattici ma tenere conto dello sviluppo globale della persona e delle sue relazioni. Rispetto delle regole e degli altri (compagni e avversari), rispetto dei ruoli, fair play, legalità, sono alla base del gioco del calcio, e sono proprio i temi che devono essere trasmessi ai piccoli calciatori. Il calcio, a tutti i livelli, può esser occasione di crescita e di promozione della persona se accanto ai ragazzi troviamo adulti capaci di intravedere le potenzialità formative di un’esperienza di questo tipo; potenzialità formative per tutti, anche per chi ad un cento punto decide di lasciare il calcio. Interpellati, in questo senso, sono tutti gli adulti che in modi differenti e con competenze differenti accompagnano i ragazzi nell’esperienza sportiva: i genitori, gli allenatori, i dirigenti”.

Due i percorsi previsti (uno per dirigenti e allenatori e uno per genitori) che promuoveranno occasioni di ascolto, riflessione e condivisione delle idee e delle esperienze rispetto a come “stare accanto” ai ragazzi nel calcio. I genitori saranno chiamati a confrontarsi sulle conseguenze delle loro aspettative – “Cosa rappresenta il calcio per mio figlio?”, “E’ la mia partita… o quella di mio figlio?” – i coach sul loro essere insegnanti: “Cosa rappresenta il calcio per i miei ragazzi?”, “Quale importanza formativa ha lo spogliatoio nel dopo partita?”. In un successivo momento il progetto sarà focalizzato sulla prevenzione di situazioni di violenza e discriminazione all’interno delle squadre: gli educatori professionali realizzeranno un accompagnamento educativo sul campo, fra allenamenti e partite, tra spalti, campo e spogliatoio, per quelle squadre giovanili che necessitano di una consulenza particolare su situazioni educative difficili, perché considerate più a rischio o perché già hanno vissuto situazioni di violenza, discriminazione, mal funzionamento del gruppo squadra .

 

 

 

 

 

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