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Quando il lavoro diventa cura: il primo anno biosostenibile di Ac...cogliere

Il lavoro che diventa cura. Questo il punto di svolta dell’evoluzione terapeutica messa in pratica nelle comunità di recupero dell’associazione “La Ricerca”. L’opportunità di comprenderne l’efficacia viene dall’aver preso parte ad un progetto di agricoltura biosolidale – il progetto “Ac…cogliere” – che ha insegnato un mestiere (come coltivare la terra) ad alcuni ragazzi che stanno frequentando un percorso riabilitativo a La Vela e all’Emmaus. I risultati del primo anno – molto buoni - sono stati presentati nel salone della Pellegrina a un pubblico di addetti ai lavori, presenti anche giornalisti e consiglieri della Fondazione di Piacenza e Vigevano, sostenitrice dell’impresa che unisce agricoltura biosostenibile e inserimento lavorativo di persone svantaggiate (nella foto l'intervento di Franco Egalini, responsabile della commissione Welfare della Fondazione):

Ac…cogliere: un gioco di parole azzeccato dove accogliere significa offrire accoglienza a persone svantaggiate  - persone con disabilità fisica o psichica, o richiedenti asilo - mettendole in condizione di cogliere l’opportunità (d’imparare un mestiere) e i frutti (in senso letterale).

Si chiama “Ac…cogliere” il progetto di economia collaborativa che dal 1 luglio 2018 vede impegnate in un’impresa di agricoltura biosolidale che copre l’intero ciclo a km 0 dal produttore al consumatore, due cooperative sociali – Des Tacum (che promuove il Distretto di Economia Solidale) e C.O.Te.Pi. Educazione&Lavoro (cooperativa di operatori terapeutici impegnati presso l’associazione “La Ricerca onlus”) - in cordata con l’azienda agricola Campolunare Bio. Alle loro dipendenze 7 apprendisti agricoltori che stanno imparando le tecniche della coltivazione biologica di ortaggi, asparagi, piccoli frutti (fragole, mirtilli, more…) e le mettono in pratica lavorando in terreni agricoli dell’azienda Campolunare di Gerbido e di due strutture di accoglienza, cura e riabilitazione dell’associazione “La Ricerca” (alla Pellegrina, periferia di Piacenza, e a Justiano di Vigolzone). I prodotti vengono venduti direttamente nell’azienda agricola o tramite il sistema dei Gruppi di acquisto solidale e nei mercati contadini, come ad esempio quello di Campagna Amica Coldiretti in piazza Duomo.

Una start-up che sperimenta e valorizza la biodiversità – Positivo e promettente il primo anno di lavoro, reso possibile grazie al sostegno finanziario della Fondazione di Piacenza e Vigevano che ha stanziato circa 130mila euro (su un preventivo di costi di 212mila euro), da suddividere nelle due annualità di start-up, poi l’esperienza dovrà proseguire con le sole sue forze sulla non facile strada dell’agricoltura sostenibile e della valorizzazione della biodiversità. Una parte consistente dell’investimento iniziale ha consentito alle due cooperative di acquisire le attrezzature necessarie all’implementazione delle nuove colture per il potenziamento dell’attività agricola preesistente (un trattore, alcune serre, sementi, tavoli da lavoro, materiali per compostaggio ecc…). I mesi di formazione del personale hanno visto in parallelo un impegno notevole nella costruzione di contatti e reti di collegamento con diversi punti vendita “E’ fondamentale una visione d’insieme – sottolinea Samuele Bertoncini, presidente della cooperativa Des Tacum – e stiamo organizzandoci per individuare una figura professionale con competenze logistico-amministrative necessarie al raggiungimento degli obiettivi che non si limitano alla resa produttiva e al tutoraggio delle persone inserite nel progetto. Certo: per prima cosa dobbiamo operare perché una volta terminato il contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano, ci aspettiamo dei ricavi sufficienti per sostenere il coordinamento educativo e tecnico, il sostegno alle persone svantaggiate e all’ordinaria amministrazione. Ma abbiamo anche margini di ampliamento, potenzialità e specializzazioni che potremmo valorizzare al meglio”.

 

Il lavoro parte integrante del percorso terapeutico

 

Guadagni sì, ma prima vengono le relazioni e la cura – Ac…cogliere non è un progetto che punta al massimo profitto: i guadagni sono messi in conto ma per garantire una continuità. Così sotto la voce “vantaggi” mette al primo posto la possibilità di far lavorare persone fragili che altrimenti non riuscirebbero a reggere in un contesto competitivo, persone che “qui imparano un mestiere, sperimentano l’importanza di assumersi delle responsabilità, la soddisfazione di impegnarsi per produrre cose buone”. L’altro vantaggio rimarcato riguarda proprio la qualità dei prodotti ottenuti con criteri di coltivazione biologica. “Chi li ha acquistati e gustati ha apprezzato tantissimo, le fragole sono andate a ruba, dovremo moltiplicarne la produzione”.

Apprendisti agricoltori futuri tutor, un ciclo che continua  – Venti ore di lavoro settimanale, seguiti da un esperto coltivatore e da un operatore sociale: 6 degli 8 apprendisti agricoltori coinvolti nel progetto con contratto da tirocinante sono ospiti delle strutture di accoglienza e cura dell’associazione “La Ricerca” (la comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti “La Vela” di Justiano, la comunità di doppia-diagnosi per persone con problemi di comorbilità psichatrica “Emmaus”, la casa accoglienza per malati di aids “Don Venturini”) e due sono profughi a contratto con la cooperativa Des Tacum.

Entusiasti e responsabilizzati, una spinta alla riabilitazione - “Uno solo degli 8 apprendisti è stato sospeso dal progetto per motivi di salute, le altre persone hanno proseguito il lavoro con costanza ed interesse. Stiamo infatti riscontrato una buona risposta da parte loro – rimarca Donatella Peroni, operatrice dell’Associazione La Ricerca e vicepresidente di C.O.Te.Pi.- , rilevabile sotto diversi punti di vista: un’autonomia nel raggiungere la sede dell’attività e nel considerare l’attività stessa come un lavoro; la volontà di portare a termine quotidianamente le operazioni iniziate e migliorare le proprie competenze; una progressiva auto-responsabilizzazione nella gestione delle colture, in particolare le fragole presso la Pellegrina. Tutti elementi che ci fanno ritenere che l’attività possa continuare, in futuro, in una forma sostenibile”. Sempre in quest’ottica di favorire la responsabilizzazione, ai tirocinanti è stato richiesto di frequentare anche un corso di formazione base sulla sicurezza sul lavoro tenuto dalla società TECO di Fiorenzuola. Due di loro saranno assunti nel corso del biennio. “Pensiamo che a loro volta nel tempo possano fare da tutor ad altri ospiti delle strutture terapeutiche che subentreranno come apprendisti”.

 Le potenzialità terapeutiche del lavoro - In questa esperienza il lavoro è parte integrante del percorso riabilitativo delle persone che necessitano di essere integrate o re-integrate nella società. L’aspetto innovativo sta proprio in questo. Con una sottolineatura che gli operatori “Cotepi” della “Ricerca” sintetizzano così: “Il lavoro consente non solo di raggiungere una solidità economica, aiuta a costruire una rete sociale, a uscire dall’isolamento, a guadagnare autostima, porta ad una maggiore autonomia, contribuisce a migliorare lo stato di salute”. Sembra scontato, ma scontato non è. E alla “Ricerca” parlano le cifre dell’esperienza: “Oggi il lavoro è considerato come parte integrante del percorso di recupero, perché è una esigenza della persona e parte integrante della sua vita. Rispetto ai nostri dati di follow up (a 6 e 12 mesi dal termine dei programmi terapeutici) le persone che riescono ad inserirsi positivamente nel mondo del lavoro hanno una significativa percentuale di possibilità in meno di ricadere nell’uso di stupefacenti e/o di subire ricoveri psichiatrici, rispetto alle persone che restano inoperose e non impiegate in compiti strutturati. In altre parole, se una persona è regolarmente impiegata in un contesto lavorativo, aumenta la probabilità di mantenere uno stato di salute/benessere.  Gli ospiti della casa accoglienza don Venturini chiedono di lavorare non tanto per un sostentamento economico quanto per occupare il tempo e sentirsi attivi a fronte del cronicizzarsi della malattia. Anche quelli che hanno invalidità importanti chiedono di poter avere delle occupazioni che possano tenerli impegnati, sia in un contesto interno all’associazione, sia esterno, ma che garantisca loro vitalità e protezione. Alcune persone fanno fatica a reggere un lavoro competitivo per cui è necessario pensare a spazi di lavoro a diversi livelli di protezione, luoghi che pur avendo le caratteristiche proprie di un luogo di lavoro abbiano, al proprio interno e nelle loro organizzazione, obiettivi e una dimensione produttiva e organizzativa che tenga conto della precarietà delle loro condizioni psicofisiche di fragilità psico-sociale, con deficit nella performance, che richiedono un periodo di training e\o lavoro protetto, prima di affrontare una ri-socializzazione completa in autonomia”.

 

Risultati incoraggianti e propositi di ampliamento

Teoria e pratica. Realizzato un manualetto - Il lavoro nei campi è stato preceduto da un corso di formazione di agricoltura biologica. Lezioni di teoria venivano alternate alla pratica in laboratorio. Fra gli argomenti di studio: come riconoscere i tipi di suolo, la coltivazione e la concimazione organica, la scelta delle colture, la difesa naturale contro le avversità ambientali. Al termine del corso è stata prodotta una dispensa ad uso interno che fungerà da manuale anche per le persone che in futuro verranno inserite nel progetto stesso.

Colture scelte in condivisione - Con il coinvolgimento diretto degli stessi tirocinanti, sono state selezionate per questo primo anno colture sulla base di due criteri: l’alta richiesta del prodotto sul mercato, e il suo soddisfacente valore economico; la necessità di cura e gestione della coltura stessa, costante nel tempo, ma non particolarmente difficoltosa. Per questo sono state prodotte fragole, coltivate in serra, asparagi e carciofi in pieno campo. La realizzazione del fragoleto ha comportato il montaggio di due serre, una a Gerbido presso l’azienda Campolunare e una alla Pellegrina presso la Casa Accoglienza don Venturini/Comunità Emmaus. La preparazione delle piantine a partire dalle radici e del sub-strato di coltivazione, il trapianto in vasi e la sistemazione in appositi tavoli da vivaio che fungono da bacino di captazione idrica è stata seguita dai tutor del progetto. Si tratta coltivazioni “ad altezza d’uomo”, semplici da gestire per la maggior parte degli utenti coinvolti nel progetto.

Nel tempo non dedicato alle produzioni specifiche, i tirocinanti hanno seguito e seguono le normali attività di conduzione dell’azienda agricola, acquisendo competenze sulla gestione di un’ampia varietà di colture orticole stagionali, e sulle varie fasi del lavoro: semina in coltura protetta e in campo, preparazione di un impianto d’irrigazione, trapianto, diserbo manuale e meccanico, legatura di piante orticole rampicanti e indeterminate, raccolta.  Al momento stanno predisponendo le colture autunnali e invernali, e si preparano all’arrivo delle nuove radici di fragola da trapiantare e mettere a dimora.

Da 600 a 4000 piantine di fragole – Tra patate, pomodori, zucchine, peperoni, insalata, melanzane, verze, cavoli,  cipolle, in questi primi mesi di attività sono stati prodotti più di 10 quintali di ortaggi, oltre a 600 piantine di fragole e frutti di bosco. “Nel secondo anno – spiega Alessandro Chiodaroli dell’azienda agricola Campolunare - ci apprestiamo a moltiplicare l’entità del fragoleto, sia acquistando nuove radici sia facendo riprodurre le piante madri già presenti; perciò, a breve, estenderemo l’impianto e predisporremo una parcella di terreno per una parallela coltivazione all’aperto. In tarda primavera abbiamo realizzato un’asparagiaia, scavando canali riempiti poi di preparato fertilizzante biologico, in cui abbiamo deposto le relative radici. Entrerà in produzione nel 2020 e lo resterà per sei/sette anni, mentre già da questo autunno raccoglieremo i frutti della carciofaia adiacente che abbiamo realizzato in estate”.

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