Linee guide del bilancio sociale: ecco il decreto

Il decreto dello scorso 4 luglio promosso dal ministero delle Politiche sociali e del lavoro per l'adozione delle Linee guida per la redazione del bilancio sociale degli enti del Terzo settore è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale ed è quindi efficace a tutti gli effetti. Ecco il link da cui scaricare il testo: 

https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2019-08-09&atto.codiceRedazionale=19A05100&elenco30giorni=false

Forum e FICT: a Bibbiano fatti orribili ma non coinvolgere tutto il Terzo Settore

“I commenti su fatti di cronaca orribili come quelli di Bibbiano non possono trasformarsi sistematicamente in pretesti per instillare sospetto e sfiducia sull’operato dell’intero mondo del terzo settore italiano”.​ E’ quanto dichiarato dalla portavoce del Forum Terzo Settore Claudia Fiaschi rispetto alla recente intervista rilasciata dal vicepremier Luigi Di Maio su La​ Stampa.

“Tutti gli enti di terzo settore, siano essi cooperative, associazioni di volontariato, di promozione sociale, ong o imprese sociali, operano, soprattutto in alcuni settori quale quello dell’affido (ma non solo),​ in un quadro regolato e vigilato con il concorso di diversi livelli istituzionali. Un quadro che con la piena attuazione del Codice del Terzo settore sarà ulteriormente rafforzato anche rispetto ai processi di trasparenza gestionale e​ rendicontazione sociale. Se c’è un problema di controlli quindi, si facciano. Se ci sono elementi di debolezza del quadro di regole siamo pronti a collaborare per costruirne uno migliore. Nel codice del terzo settore la parola 'controllo' ricorre per 70 volte e il terzo settore italiano​ chiede da sempre una rapida e piena attuazione di tutti gli istituti della riforma” continua Fiaschi.

“Ingenerare sospetti e diffidenze verso questo mondo, peraltro, non serve a nessuno ha come unico effetto quello di mettere a rischio la coesione sociale delle nostre comunità e consumare l’imponente patrimonio di impegno civico costruito ogni giorno dall’azione, spesso volontaria, di milioni di cittadini. A chi giova?” conclude​.

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FICT: non allontanare i minori da una famiglia solo per problemi economici

La FICT esprime preoccupazione in merito alla vicenda sui presunti abusi e affidi irregolari di bambini in Emilia ed è contrariata dalla strumentalizzazione dei media e del mondo politico su un argomento così delicato. “Ad essere sotto inchiesta sono singole persone e determinati enti, ma non può essere tutto il sistema di tutela dei minori che vivono situazioni di disagio” afferma Giovanni Mengoli, responsabile rete minori FICT e presidente Consorzio Gruppo CEIS.

“Riteniamo l’affido uno strumento ancora molto prezioso e da salvaguardare perché garantisce ai minori che vivono in contesti difficili, di poter ritrovare ambienti di vita più favorevoli, continuando a mantenere i rapporti con la propria famiglia di origine, condizione che resta molto importante per lo sviluppo psicofisico dei bambini.

“Chiediamo alle istituzioni di non fare di tutta un’erba un fascio: rigore nel punire singoli illeciti ed abusi, ma salvaguardia verso un sistema di welfare che è a favore del bene dei minori e che resta un modello per tanti Stati del mondo. Non gettiamo fango verso coloro che, sia nel pubblico che nel privato sociale, esercitano con serietà la loro professionalità!

“Per questo crediamo che occorra crescere nella fiducia reciproca e nel rispetto di tutti i ruoli della filiera che concorre alla tutela dei minori: genitori, scuola ed altre agenzie educative, servizi sociali e sanitari, tribunale e procura dei Minori, comunità per minori, case famiglia e famiglie affidatarie, consapevoli che ognuno è chiamato a fare il suo pezzo per il bene dei bambini e dei ragazzi.

“Il Governo deve favorire politiche a sostegno della famiglia come primo nucleo della società, da tutelare e rinforzare, specialmente in tutte quelle situazioni di precarietà e fragilità dove la capacità genitoriale è compromessa e i figli rischiano di crescere in ambienti non educanti.

“Ribadiamo con forza che non si allontanano i minori da una famiglia solo per problematiche economiche, perché i servizi sociali hanno altri strumenti, certamente meno costosi, per sostenere i nuclei con disagio economico. Questo concetto deve arrivare a tutte le famiglie, in modo da avvicinarle alle istituzioni pubbliche, specialmente quelle con maggiori difficoltà, in modo che possano anche domandare aiuto agli enti preposti senza la paura di essere giudicate e che vengano portati loro via i figli. Il serio pericolo che cogliamo legato ai fatti di Bibiano è che si crei nel Paese, intorno alle istituzioni preposte, un clima di sfiducia, con il rischio di omertà anche di fronte a fatti gravi e che, per il supremo bene del minore, devono essere denunciati.

“Il recente caso della ragazzina di 14 anni che, senza consapevolezza dei genitori, durante un accesso al Pronto Soccorso è stata trovata positiva all'uso della cocaina, deve interrogare tutto il Paese sul disagio che vivono i nostri giovani.  E’ necessario mettere in campo tutti gli interventi di prevenzione a sostegno di un’adolescenza che sta diventato sempre più complicata”.

Don Mazzi: coi ragazzi bisogna parlare, non ghettizzarli

“Dobbiamo ricominciare tutto da capo”. A 90anni? Pausa. Don Antonio Mazzi risponde quasi sorpreso. “Guardi”, dice il fondatore di Exodus, “se ho imparato qualcosa a questa età è che per fare le cose non bisogna partire dalla testa. E nemmeno dalla pancia”. Da dove allora? “Non lo so, non ho la risposta, ma le cose bisogna farle, ma non come le abbiamo fatte finora. Poi c’è un’altra cosa che ho imparato: che l’anima non ha età. E l’anima conta più del corpo”. Il 30 novembre, don Antonio, come lo chiamano tutti qui nella cascina del parco Lambro di Milano, dove abita e lavora, festeggerà le 90 candeline. Stefano Arduini del Portale www.vita.it ha fatto un’intervista al sacerdote da anno impegnato con i giovani e sui vari fronti del disagio. Parla di sé, della morte, della fede, dell’uomo e della droga.

Novanta candeline sono tante, don?
Sono anni. Bisognerebbe avere un concetto diverso del tempo. Dobbiamo uscire dai luoghi comuni: a 18anni si fanno alcune cose, a 30 altre, a 40 altre ancora e così via. Il tempo non è un valore. In qualsiasi tempo tu sia devi giocarti la partita. Tutta la partita si gioca qua, adesso. Gesù Cristo si è giocato tutto fra i 30 e i 33 anni. Badate che Gesù non ha mai parlato del tempo. Mai. Il Giudizio universale non è la fine del tempo, è l’incontro con. È un inizio. Dobbiamo buttare via il calendario. Perché a 90 anni abbiamo la stessa efficienza, dal punto di vista spirituale, che si ha a 30 o 40 anni. L’anima non invecchia. L’amore non invecchia. La speranza non invecchia. E sono questi i valori per cui viviamo.

Quanto spazio ha il futuro nei suoi pensieri?
Ho sempre accettato il rischio del futuro. Perché il futuro più è complicato, più è futuro, più è cristiano. Non dimentichiamo che Cristo ha dichiarato il momento della fine, la morte, il momento dell’inizio. Ha ribaltato un paradigma. La più bella definizione di Dio rimane quella ebraica: io sono colui che è.

Nel 2017 lei ha scritto un’autobiografia, “Amori e tradimenti di un prete di strada”, in cui più che raccontare la sua storia, si dava spazio ai suoi dubbi, tradimenti, rabbia. Perché questa scelta?
La mia anima è piena di questi sentimenti. Ancora oggi. Ed è normale. Noi non siamo gli uomini dell’insegnamento.

Detto da una persona che ha dedicato la sua vita all’educare i cosiddetti ragazzi difficili rischia di suonare male…
In questo periodo sto approfondendo la figura di Giuda. Il problema è che noi abbiamo dato al male una definizione materiale, mentre il tema non è il male, ma il maligno. E la malignità può stare dentro tutti. Ripeto: tutti. Anche un atto buono può avere riflessi maligni. La mia proposta è di cancellare per un attimo la parola “sacro” e di considerare il Vangelo come la storia di un uomo, la storia dell’uomo. Io dico: dimentichiamo le istituzioni, lasciamo stare la Chiesa e torniamo all’uomo. Questo è il mio cruccio, oggi.

Lei negli anni 80 entrava al parco Lambro per stare accanto ai tossici di allora. Perché oggi non c’è un don Mazzi a Rogoredo? Dove sono i preti di strada?
Propedeutica alla fede c’è la povertà. Quello che ti porta alla fede è la povertà. Noi, anche i preti, abbiamo cancellato la povertà. La prima beatitudine è: “Beati i poveri”. Lei però mi chiedeva di Rogoredo. Lì stanno sbagliando tutto, perché la stanno affrontando dal punto di vista legalitario e punitivo. E mi riferisco alle forze dell’ordine, ma anche ai servizi pubblici in generale. Noi quando incontriamo i ragazzi incominciamo a parlare. Altrimenti si creano i ghetti, gli zoo di Zurigo o Berlino.

Lei a Rogoredo c’è entrato?
Tenga presente che uguali a Rogoredo, solo fra Milano e Varese ci sono almeno altri 4/5 parchi della droga. Comunque sì, ci sono stato. Anche da solo, per conto mio. E ho incontrato un ragazzo di 14 anni. Mi dice: “Non sono mica un coglione, ci vengono tutti, perché non ci devo venire io”. Quella mattina una dose di eroina la vendevano a 3 euro. Siringa compresa. Perché l’eroina, gli ho chiesto. “Perché voglio le droghe proletarie, non voglio le droghe borghesi”. Mi ha risposto così. A 14 anni.

Cosa si risponde a uno così?
Non lo so. Sono rimasto secco. Vuol dire dover ricominciare tutto da capo. Non significa aver sbagliato tutto in passato, ma bisogna ripartire. L’uso e la mentalità sono profondamente cambiate. Non possiamo andare a Rogoredo con la mentalità con cui 30 anni fa si andava al parco Lambro. Allora in qualche maniera il complesso di colpa c’era. E c’erano anche la povertà e la sofferenza. Qui c’è il gioco. Qui c’è il gioco di “fare il proletario”. C’è il divertimento. Questi ragazzi vanno lì e pensano di divertirsi. Questi pensano di essere loro “normali”. Non noi che non ci facciamo.

Un’ultima domanda personale: ha paura della morte?
Beh, diciamo che voglia di morire proprio non ne ho…Poi naturalmente non sta a me decidere.

Carabiniere ucciso, drogata a 10 anni. "Ricostruire la comunità"

“I giovani sono tornati! E sempre di più vanno a riempire lo spazio dei nostri dibattiti pubblici, delle nostre trasmissioni televisive, delle pagine dei giornali. I giovani sono tornati protagonisti, ma non è che se ne fossero mai andati: probabilmente non ci facevamo caso più di tanto. Oggi, però, sta diventando difficile non parlare più di loro perché il disagio minorile sta rompendo gli argini dell’indifferenza. Perché non possiamo più far finta di nulla di fronte alla notizia di una bambina di soli 10 anni che fa uso di cocaina e la morte di un carabiniere, ucciso da due ‘ragazzi’, per motivi di droga, e non finirà qui”. Lo afferma Luciano Squillaci, presidente della Federazione Italiana Comunità Terapeutiche.

“Nel 2018 nei servizi dei Centri F.I.C.T. - spiega il presidente FICT - abbiamo rilevato un aumento rispetto al 2017 del 34% di minori, parliamo di ragazzini di 12 anni e anche meno, che hanno assunto sostanze la prima volta, di questi il 16% ha fatto uso di eroina, il 72% di cocaina, il 42% di cannabinoidi, il 26% dì allucinogeni, il 152% di alcolici. Mentre gli interventi e progetti di prevenzione rivolti ai minori (parliamo soprattutto di progetti nelle scuole indirizzati a studenti, familiari e docenti) sono azioni spot. Ciò vuol dire che i giovani non sono ancora una priorità e noi educatori non abbiamo un mondo in cui introdurre i nostri ragazzi."

“E’ necessario costruire una catena umana - dice - una cultura dell’appartenenza in cui ognuno sia responsabile di se stesso, dell’altro e della comunità circostante. Abbiamo bisogno di un linguaggio comune che getti le basi per edificare una rete sociale ed educativa che dia strumenti e contenuti valoriali positivi. Siamo chiamati a ricostruire il noi per essere in grado di costruire l’io. Il noi è la comunità. Dobbiamo necessariamente riconquistare il nostro territorio, presidiarlo. La sicurezza è fondamentale come è altrettanto fondamentale garantire l’educazione che è elemento prioritario formativo per i nostri ragazzi. Senza una rete sociale sul territorio i nostri ragazzi sono praticamente anime sole, senza difese. Oggi il maggior disagio è la solitudine e i giovani ricercano nelle sostanze il nutrimento per colmare il loro vuoto. Un bambino può difendersi dal male se è consapevole che il male esiste."

“Ci dovrebbe spaventare - conclude Squillaci - che sia così facile trovare le droghe e assumerle nell'indifferenza di tutti. La comunità dovrebbe essere come una sentinella vigile e armata di contenuti, offrendo esperienze tese al vivere e all'agire bene in nome della collettività tutta”.

Stranieri, aumentano i musulmani e diminuiscono i cristiani

Secondo le più recenti elaborazioni di Fondazione ISMU su dati Istat e Osservatorio Regionale per l'integrazione e la multietnicità (Orim), gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2019 che professano la religione cristiana rimangono i più numerosi (due milioni e 815mila fedeli – pari al 53,6% del totale dei residenti stranieri – tra cattolici, ortodossi evangelici e altri cristiani), seguiti dai musulmani (un milione e 580mila fedeli). Passando all’analisi delle singole appartenenze religiose rispetto alla stessa data del 2018 cambiano invece le posizioni in classifica: quest’anno al primo posto, anziché i cristiani ortodossi, troviamo i musulmani che rappresentano il 30,1% degli stranieri residenti in Italia (nel 2018 erano il 28,2%), i cristiani ortodossi quindi slittano al secondo posto (29,7%, pari a un milione e 560mila), in terza posizione poi troviamo i cattolici (18,6%, pari a 977mila). Passando alle religioni di minor importanza quantitativa tra i residenti stranieri si stimano 183mila (pari al 3,5% sul totale degli stranieri residenti) cristiani evangelici, 136mila (2,6%) buddisti, 114mila induisti (2,2%), 80mila (1,5%) persone di altre fedi cristiane, 49mila sikh (0,9%), 16mila (0,3%) copti.

È inoltre rilevante la crescita degli stranieri atei o agnostici, stimati in più di mezzo milione di unità (al 1° gennaio 2018 erano 331mila).

Dall’analisi delle stime emerge quindi che, mentre gli stranieri musulmani residenti risultano in aumento 127mila unità rispetto al 2018 (anno in cui erano stimati in 1 milione e 453mila), i cristiani nel loro complesso invece diminuiti di 145mila unità (nel 2018 erano stimati in due milioni e 960mila), pur mantenendo ancora nettamente il ruolo di principale religione professata dagli stranieri (se nel 2018 rappresentavano il 57,5% del totale degli stranieri, nel 2019 rappresentano il 53,6%). È importante segnalare che non tutte le fedi cristiane sono in diminuzione: fanno eccezione infatti gli evangelici che, a differenza di ortodossi, cattolici e copti e altri, sono aumentati di 52mila unità rispetto al 2018, anno in cui se ne stimavano 131mila.

Il nuovo assetto delle appartenenze religiose si spiega in primo luogo perché dal conteggio dei residenti stranieri al 1° gennaio 2019, sono stati esclusi i 112.523 stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana durante il 2018 e in secondo luogo perché i diversi flussi migratori nazionali presentano un saldo netto tra arrivi in Italia e ripartenze probabilmente maggiore nell’ultimo anno per musulmani e cristiani evangelici, che non per gli altri cristiani.

Provenienze. Per quanto riguarda le provenienze si stima che la maggior parte dei musulmani stranieri residenti in Italia abbia cittadinanza marocchina (440mila), seguiti da quella albanese (226mila), bangladesha (141mila), pachistana (106mila), egiziana (111mila). Passando ai cattolici stranieri, si stima che la maggior parte abbia cittadinanza rumena (162mila), seguita da quella filippina (159mila). Tra i cristiani ortodossi stranieri al primo posto ritroviamo i cittadini rumeni (965mila), seguiti dagli ucraini (200mila).

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