“Il patrimonio delle comunità fa scuola nel mondo ma la politica l’ha rimosso”

Partiamo da un dato incontrovertibile: il lockdown è stato solo il fermo immagine di un fenomeno, quello delle dipendenze patologiche, che ha evidenziato, seppure con dinamiche differenti, la complessità e gravità del fenomeno: il dark web (web oscuro o rete oscura) è stata una danarosa “piazza di spaccio” di oppioidi sintetici e di narcotici, ma anche per l’approvvigionamento di droghe classiche come la cocaina, l’hashish o l’eroina. Per clienti di fiducia e di nicchia, il servizio a domicilio è stato garantito da pusher al soldo dei clan pronti a rivedere le proprie strategie di “marketing” per creare nuova domanda e nuovo mercato.

In questo scenario, oltremodo chiaro e ben noto, le diverse comunità terapeutiche e i centri diurni, avamposti di prossimità, sono ormai afoni. Hanno più volte lanciato un composto grido d’allarme al decisore politico e ai servizi pubblici del territorio per la fatica nel dover garantire i livelli minimi di assistenza e cura, nel mentre si sono dotati di un proprio codice etico di comportamento, adottando linee guida fai-da-te per gestire ancor più efficacemente ogni processo organizzativo teso a prevenire ogni “evento avverso”, visto che nessun protocollo scientifico è stato ufficialmente stilato. Ciononostante sono stati assicurati interventi di carattere terapeutico. Si è creata, quindi, un’impresa del “fare -con e per- senza risparmiarsi” ovvero, se si preferisce, una fabbrica della speranza: una sorta di lavoro di comunità che contrariamente a quanto si pensi, non rimanda tanto ad una condivisione di valori comuni quanto ad un concetto cardinale della terapia ambientale,con la possibilità di potersi allontanare da ambienti caratterizzati da legami patogeni sì da poter sperimentare luoghi di appropriazione di nuovi significati per la propria vita. Penso alla fatica di tanti terapeuti – terapeuta deriva dal greco therapéia “servizio, cura”, quindi vale “atto a servire, atto a curare” - che in un periodo di grande incertezza e di potenziale amplificazione di angosce e sofferenze psicologiche, hanno a ogni piè sospinto rassicurato, accompagnato, ricucito ogni “strappo emotivo” causato dalle restrizioni.

Dunque, un patrimonio, quello delle comunità e dei centri terapeutici, che pur facendo scuola in tutta Europa e nel mondo, è stato colpevolmente rimosso da ogni interesse della politica. Non si è mossa alcuna strategia capace di favorire una maggiore attenzione a quelle vite immunodepresse a causa delle sostanze, rese ancor più precarie dalle comorbidità. A ciò vanno aggiunte una disomogeneità territoriale della gestione delle dipendenze e una sostenibilità economica fortemente pregiudicata a causa del blocco.

Col progressivo ritorno alla normalità, si corre il rischio di ricadere nel feticismo dei numeri - basti pensare ai casi di overdose delle ultime settimane - e magari a quei vecchi refrain sulla distinzione tra droghe leggere e pesanti, peraltro ben pubblicizzati da spot perniciosi sottoscritti da autorevoli scrittori e analisti del fenomeno.

Il quadro delle dipendenze descritto dall’ultima Relazione al Parlamento è allarmante: 660mila i ragazzi che hanno fatto uso nel 2018 di sostanze illegali psicoattive, 334 i decessi per overdose, 460mila le persone che necessitano di un trattamento terapeutico per dipendenza conclamata da alcool, dal gioco d’azzardo e dalla droga, una su tre le persone che vengono intercettate e seguite dai servizi specialistici, otto su dieci i minori in carico al Servizio Sociale inviati ai centri specializzati e, dato non meno significativo, il forte divario territoriale sui servizi pubblici per le dipendenze.

Cifre, quelle soprariportate, del tutto ignorate nel cosiddetto Decreto Rilancio. Un sonno della ragione che rischia di procurare danni seri al Paese, soprattutto ai nostri giovani, destinati a diventare vittime sacrificali per eccellenza delle conseguenze socioeconomiche della pandemia, i cui effetti esiziali non sono ancora del tutto dispiegati.

Che fare? Sarebbe auspicabile riprendere con tempi certi il dibattito sul progetto di revisione della normativa sulle droghe, la legge 309 del 99, frutto delle principali reti dei servizi del pubblico e del privato sociale (Intercear, Fict, Cnca, Ascodip, FederSerd, Sipad, Sidt, San Patrignano, Comunità Incontro, Exodus, Comunità Emmanuel, Associazione Saman). La proposta di revisione non potrebbe non fondarsi su alcuni principi inderogabili quali la centralità della persona in un processo di presa in carico globale, l’integrazione dei servizi, la libera scelta, la garanzia delle risorse da destinare alla prevenzione, alla cura e alla riabilitazione. Dopo l’azzeramento del fondo previsto dalla 45/99 all’art.127 e interamente confluito nel Fondo indistinto delle Politiche Sociali a seguito dell’approvazione della L.328/2000, il ripristino di un fondo finalizzato sarebbe necessario per favorire reali opportunità di inserimento socio-lavorativo.

In definitiva, urge un ripensamento sovrastrutturale, ovvero culturale; diversamente la partita con la droga sarà persa. Occorre una riflessione mirata alla costruzione di un patto intergenerazionale capace di trasformarsi in patto educativo.

L’auspicio è che si avvii una nuova azione di pensiero in grado di provocare un proficuo dibattito pubblico e politico rivolto alle prospettive future, ma ben lungi da biechi calcoli di partito.

Anche se siamo in zona Cesarini, con un colpo di reni facciamo in tempo a recuperare il senso di un vero impegno per il bene delle nostre comunità e dei nostri figli.

Angelo Palmieri

Sociologo

Caritas Diocesana Cassano all’Jonio

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