“Dobbiamo essere coprotagonisti delle politiche pubbliche, non supplenti”

A luglio, per i tipi di Laterza, è uscito un libro di Giuseppe De Rita: “Il lungo Mezzogiorno”. De Rita, accettando una sollecitazione della Fondazione “CON IL SUD”, ha curato un’antologia dei suoi scritti sul Mezzogiorno.

In copertina una frase che riassume il suo pensiero: “Non è l’economia che traina il sociale, ma il contrario: per fare sviluppo occorrono processi di autocoscienza e di autopropulsione collettiva, non interventi dall’alto: ho sempre tenuto a mente questi principi studiando il Mezzogiorno italiano”.

Ho voluto iniziare così questa nota sul Terzo settore durante e dopo la crisi, perché la citazione di De Rita riassume sinteticamente il mio pensiero sul tema: ritengo, cioè, che la fase di ricostruzione post Covid, che sarà lunga e complessa, dovrà essere caratterizzata da alcuni sostanziali mutamenti di paradigma, dalla centralità della questione sociale e, quindi, dal riconoscimento del ruolo del Terzo settore che resta il principale promotore di concrete forme di cittadinanza e di comunità.

La crisi sanitaria ha immediatamente e violentemente acuito le diseguaglianze, ha reso più fragili i soggetti deboli, ha aumentato in modo esponenziale il numero dei poveri. Come al solito, in queste circostanze, il Paese ha potuto contare sui volontari, sulle associazioni, sulla cooperazione sociale. A partire dal numero straordinario dei volontari che si sono spesi generosamente nell’emergenza sanitaria in senso stretto; a partire dai volontari della protezione civile; per arrivare al generoso – ed immediato – impegno di tutto il terzo settore che ha affrontato le più drammatiche esigenze sociali.

Ma ancora una volta, una conferma: questa volta drammatica. Da parte delle istituzioni e dei media continui riconoscimenti al valore di queste attività, al ruolo insostituibile di tante organizzazioni; ma nel più completo disinteresse alle esigenze delle organizzazioni stesse. Solo successivamente, con il Decreto rilancio, sono state introdotte alcune misure: l’allargamento degli interventi per la liquidità, previste per le PMI, agli ETS, l’incremento della dotazione del Fondo per il Terzo settore a livello nazionale e la previsione di uno stanziamento specifico per gli ETS meridionali che ho chiesto pubblicamente al Ministro Provenzano, utilizzando risorse dei Fondi europei, per evitare che la crisi colpisse in modo devastante tante esperienze di terzo settore meridionale.

Ma, accanto alla richiesta di una maggiore attenzione delle istituzioni, della politica e della pubblica opinione sul ruolo e sulle potenzialità del Terzo settore occorre chiedersi, anche per evitare semplificazioni e mitizzazioni, quali sono le sfide, le prospettive ed i percorsi da intraprendere da parte del Terzo settore stesso.

Dal mio punto di vista la prima grande questione è quella di un rafforzamento, in chiave territoriale, delle esperienze e dei soggetti. Come si dice, il rafforzamento delle reti, il lavorare per dare senso al termine infrastrutturazione sociale. Ma fare rete non è un’operazione organizzativa, non è solo la ricerca di maggiori livelli di efficienza e di efficacia del lavoro dei diversi soggetti: è una questione di crescita politica, nei territori. È il progressivo abbandono di esperienze in cui, ad esempio, la cooperazione sociale è vissuta come una modalità per garantire alla Pubblica amministrazione locale, minori costi e maggiore flessibilità nell’erogazione dei servizi socio-sanitari. Fare politica territoriale significa assumere un ruolo non di supplenza o di integrazione delle politiche pubbliche, ma di coprotagonista. Su questo tema, nella fase post-crisi vi sono due grandi sperimentazioni da fare: la prima è sulla sanità, la seconda è nei processi educativi.

Il secondo grande tema che riguarda sempre più evidentemente il Terzo settore, con una particolare urgenza per l’impresa sociale, è il tema delle competenze. Per usare una semplificazione, occorre una diffusa, maggiore professionalità (non professionismo!). Il ruolo crescente di molte organizzazioni, la vera e propria esplosione di esperienze straordinarie e capaci anche, finalmente, di attrarre la pubblica opinione, non possono sopravvivere e svilupparsi nel tempo solo grazie alla generosità, a felici intuizioni e a fortissime leadership. Vi è una questione di rafforzamento della classe dirigente, anche dal punto di vista delle competenze strettamente gestionali.

Altro tema di grande rilevanza è quello della finanza d’impatto. Tema sul quale, dal mio punto di vista, vi è ancora una certa dose di approssimazione e di semplificazione, quando di non esplicita ambiguità, ma sul quale bisogna moltiplicare le sperimentazioni e le concrete realizzazioni. In questo senso segnalo l’esperienza del Fondo Sefea Impact, promosso dalla Fondazione “CON IL SUD” che ne ha anche sottoscritto la quota più consistente: un Fondo dedicato alle impese sociali ed alle imprese sostenibili, gestito da una SGR allo scopo costituita. E su questo versante va anche segnalato un dato di grande rilevanza: la Commissione Europea ha dato e dà grande impulso e sostegno per la promozione di interventi di Finanza d’impatto.

Ma sul tema del Terzo settore il tema che mi sta più a cuore, soprattutto guardando al nostro Sud, è lo sforzo, in corso, ma da approfondire, che deve spingere questo mondo a percepirsi come un vero e proprio soggetto politico. Riflettendo sinteticamente su questi 70 anni di politiche e di interventi messi in campo per superare il divario Nord-Sud, si deve prendere atto di un sostanziale insuccesso e si deve registrare che queste politiche si sono concentrate nel trasferimento di risorse, immaginando che questo potesse automaticamente innescare meccanismi di sviluppo. Si potrebbe dire che ha vinto, prepotentemente, una politica dell’offerta, con una sottovalutazione della domanda potenziale di sviluppo proveniente dai territori. Ed anche al Sud per troppo tempo si è lavorato immaginando, in una tradizionale cultura del welfare, che gli interventi nel sociale sono possibili solo a condizione che vi sia una consistente crescita economica. Bisogna invece dimostrare che è vero il contrario. Che il sociale viene prima dell’economico. Che i soggetti di Terzo settore non sono solo espressione di solidarietà, ma protagonisti della costruzione di una nuova, forte dimensione comunitaria. Quindi, soprattutto in alcuni territori, insostituibili soggetti di cambiamento e di sviluppo. Penso che siamo chiamati ad un’importante operazione politico-culturale che sgretoli dalle fondamenta questa impostazione e che si basi su due assunti fondamentali: il sociale è il terreno nel quale più violentemente si manifestano le disuguaglianze tra cittadini; una battaglia di giustizia non può che prendere le mosse dal sociale, inteso nella sua accezione più vasta.

Affermare un nuovo modello non sarà semplice; vi sono grandi inerzie, nel mondo del Welfare; ed anche consolidati e qualche volta odiosi interessi. Si registrano resistenze alle sperimentazioni ed alle innovazioni; sarà difficile superare antiche logiche istituzionali ed anche meschine occupazioni della vecchia politica di aree del sociale; ci si scontrerà con sopravvissuti fondamentalismi ideologici di stampo statalistico. Non sarà semplice anche perché su questa strada il volontariato ed il terzo settore saranno chiamati a vivere una dimensione politica alla quale spesso si sottraggono per discrezione o incompiuta interpretazione del loro ruolo. Ma è una strada obbligata. Ed è la strada che può cambiare, lentamente, ma in modo non effimero il nostro Mezzogiorno. Più coesione sociale, più investimenti nel capitale sociale, più promozione delle comunità.

Ho iniziato questa nota citando De Rita. La termino con una frase del suo maestro, Giorgio Ceriani Sebregondi. Nel 1952, ad un giornalista che gli chiedeva che cosa fare nella fase di ricostruzione, una fase per certi versi simile a quella che affrontiamo adesso, rispose: “Per lo sviluppo, cominciare dal sociale, soprattutto al Sud”.

Carlo Borgomeo

Presidente della Fondazione “CON IL SUD”

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