Terzo Settore: vinta a caro prezzo la sfida covid, ora il sostegno serve a noi

“La sfida dell’era Covid il Terzo settore italiano l’ha vinta: non solo uscirne vivo, ma aiutare il Paese a resistere. Il prezzo pagato è stato però alto: secondo un’indagine condotta dal Centro di Ricerca Aiccon dell’Università di Bologna per il Forum Nazionale del Terzo Settore, più di nove realtà su dieci hanno risentito in maniera significativa o elevata dell’impatto della pandemia sulle proprie attività, in termini sia di realizzazione sia di qualità dei servizi erogati”. Così un articolo di Giulio Sensi sul “Corriere della Sera” del 2 settembre, che nel dettaglio afferma che “più di 7 su 10 prevedono una contrazione delle entrate derivanti da contributi e donazioni” e che in autunno le cose sono destinate a peggiorare per le 350mila realtà non profit che significano 80 miliardi di euro e che muovono il 5 per cento del Pil, impiegando 1,14 milioni di lavoratori e 5,5 milioni di volontari.

“In Italia – scrive Sensi - secondo i dati Istat il 64,5 per cento delle realtà del Terzo settore si occupa di sport, cultura, socialità, aggregazione: si tratta di 226mila associazioni che sono quasi ferme da marzo e che dipendono per l’80 percento dai fondi privati ora diminuiti o interrotti e per la prima volta nella loro storia chi ci lavora è andato in cassa integrazione. Poi ci sono quelle impegnate in sanità, assistenza sociale e protezione civile: quasi 45mila enti, buona parte di essi hanno assicurato, con fatica e difficoltà, un sostegno fondamentale alle comunità colpite dal virus. In Italia sono attive 15.764 cooperative sociali che impiegano più di 441mila dipendenti: secondo un’indagine svolta da Swg per Legacoop un terzo di queste ha ridotto fortemente le proprie attività; più della metà, il 58 per cento, ha faticato a pagare gli stipendi; il 40 per cento non è riuscit0 a tenere aperti i servizi che offre alla collettività nei settori dell’educazione, dell’assistenza, dell’inserimento lavorativo. Circa il 25 per cento prevede di dover licenziare personale nel giro di un anno. Ovunque nel Terzo settore c’è preoccupazione. Ma anche tanta voglia di ripartire”.

Stefano Granata, presidente nazionale di Federsolidarietà, la sigla che riunisce le oltre 6.000 cooperative sociali aderenti a Confcooperative, spiega che il Terzo settore, alla vigilia della pandemia, “era in mezzo a una fase di trasformazione: molte realtà avevano capito che stava cambiando la domanda dei cittadini, che si doveva dipendere meno dalle risorse pubbliche e costruire nuovi percorsi di welfare più estesi che non guardassero solo alle filiere classiche”. Si pensava ad “un’alleanza con le imprese profit e il mondo finanziario”. Con gli ammortizzatori sociali un po’ tutti hanno resistito, ma ora? Il volontariato non choede un salvagente bensì “energia per nuotare, partecipazioni e capitali pazienti che permettano di investire e innovare, di fare impresa”.

“Il tema centrale - aggiunge nell’articolo del “Corriere” Eleonora Vanni, presidente di Legacoop Sociali, l’altra grande sigla che racchiude il mondo delle cooperative sociali - è riuscire a mantenere attivi tutti i servizi con i problemi di liquidità che ci saranno a breve termine. In un contesto difficile dobbiamo riuscire a garantire la continuità di risposte alle persone e ai loro bisogni. Volendola vedere in modo positivo, dobbiamo riuscire a ripensarci continuando nel lavoro intrapreso prima dell’emergenza: svolgere un ruolo attivo e di riferimento nelle comunità in cui operiamo. Ma abbiamo bisogno di un sostegno per gli investimenti per ripensare e riprogettare i servizi. E dobbiamo superare e difficoltà che ci sono in molti contesti a lavorare con le amministrazioni locali”.

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