Che sta succedendo nelle famiglie italiane?

Che sta succedendo nelle famiglie italiane? Questa la domanda chiave di un’intervista di Antonio Polito a Massimo Ammaniti, psicanalista, pubblicata dal “Corriere della Sera” del 2 giugno 2019. Un’intervista aperta dai recenti fatti che hanno avuto come vittime neonati o poco più picchiati a morte da genitori drogati o alcolizzati o comunque violenti semplicemente perché piangevano. In una parola disturbavano. “Si tratta sempre di bambini intorno ai due anni. È il momento in cui un neonato, che va solo nutrito e pulito, diventa un essere umano che si muove, cammina, ha caldo e freddo, fa richieste continue. Alla prima prova con il duro mestiere di genitore, queste persone non hanno retto. Sono solo la punta dell’iceberg”. Per Ammaniti è andata in crisi la famiglia come istituzione, perché “rinunce e sacrifici sembrano sempre più ostacoli alla ricerca della felicità individuale”.

Una considerazione che trova conferma nei numeri. L’Istat ha calcolato che il 34% delle famiglie italiane non ha figli e che del rimanente 66% con prole, il 46% ha un solo figlio. Questo quando in una famiglia con figli viene facilitata “la capacità di vedere il punto di vista degli altri”. E ciò “vale per i ragazzi, che se non fanno questa esperienza in famiglia poi arriveranno senza maturità all’incontro con il gruppo dei coetanei, ma vale anche per gli adulti, che diventando genitori imparano a vedere il mondo attraverso gli occhi dei figli”. E’ “una scuola di educazione al vivere in società”. Ed anche i social hanno le loro colpe se diventano una sorta di “balia elettronica”. “Un bambino che va a letto con la storia letta dai genitori – dice Ammaniti - invece ne trae un vantaggio non solo in termini di sviluppo del linguaggio, ma anche di abilità sociale, perché impara il gioco dei significati del comportamento umano, il codice della crescita”.

Così succede che un “gruppo di giovani della periferia romana prendano a sassate un rider di colore che si pagava l’università consegnando la pizza” e che “alla logica della società, che è inclusiva, si sostituisce quella del gruppo, o peggio del branco, che è esclusiva” ed espelle “chiunque sia in una condizione di vulnerabilità”. Così si moltiplicano gli episodi di bullismo. “La socializzazione malata, priva della educazione che avviene in famiglia, è spietata nel rifiutare la debolezza” osserva. Il rifiutato subisce una violenza che lo segna. La sopraffazione viene derubricata a esuberanza e divertimento, ma “intimidazione e violenza dormono in ciascuno di noi e solo quella raffinatissima forma di educazione che è la cultura possono dominarle”.

Polito chiede che cosa ci può salvare. La risposta di Ammaniti: “Ci può salvare l’impegno. L’etica della responsabilità. Un bene comune da perseguire. Ci sono milioni di volontari in Italia. Quella è la cura. Ci sono 150.000 scout, quella è la palestra. Ma l’impegno civile potrebbe vivere in mille altri modi. Le racconto un episodio che ho vissuto di persona, e non dimentico. Dopo il terremoto dell’Aquila, un gruppo di università italiane pensò di replicare ciò che l’ateneo di Harvard aveva fatto in Giappone, a Kobe, dopo il terribile sisma che l’aveva colpita. Proponemmo al ministero dell’Istruzione un progetto per coinvolgere i ragazzi delle scuole nella ricostruzione, dedicandovi due pomeriggi alla settimana in cambio di un piccolo salario. L’esperienza di Kobe aveva dimostrato che un impegno collettivo poteva aiutare a combattere quei fenomeni di spaesamento, depressione, isolamento sociale, che spesso si accompagnano alle catastrofi nel comportamento dei giovani. Ci risposero che erano troppo giovani per quel tipo di cose, che i ragazzi andavano piuttosto tirati su di morale, che nelle scuole avrebbero invece mandato i clown. Ecco che cosa intendo: non li prendiamo mai sul serio, non crediamo che possano diventare adulti, forse perché noi genitori rifiutiamo di esserlo, e ormai siamo già cinquantenni quando loro diventano adolescenti, e così si somma la nostra crisi di invecchiamento alla loro di crescita. Ci capita addirittura di entrare in competizione, quasi invidiandone la gioventù. Si formano così famiglie liquide, un magma dove le generazioni non si distinguono più, e nelle quali inevitabilmente l’autorità deperisce e svanisce, perché nessuno se la sente più di incarnarla”.

Sottolinea inoltre che se non è più il tempo dei padri-padroni, il genitore non deve però rinunciare ad educare (“Un genitore buono è un genitore finito”). Le regole servono, “costruite per quanto possibile con il consenso, ma servono” e “sono gli stessi ragazzi, inconsciamente, a chiederci una guida”. Occorre operare “perché i figli conquistino la loro autonomia” e comincino la loro vita poiché “convivenze eccessivamente lunghe tra generazioni diverse sono innaturali”.

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