I giovani scelgono sempre meno il volontariato

Gerolamo Spreafico, Franco Taverna e Simone Feder con “Stories” (ed. Ericksson) hanno scritto un’analisi dei risultati del progetto “Selfie” che ha coinvolto oltre 55mila alunni della scuola secondaria di primo e secondo grado. Riccardo Bonacina ha firmato la postfazione che, per gli spunti d’interesse, riprendiamo da vita.it

I questionari raccolti in questi anni da Semi di Melo con il progetto Selfie forniscono informazioni uniche e mai raccolte prima in questa dimensione quantitativa e con una tale modalità sull’universo dell’adolescenza. Una miniera preziosa non solo per la quantità di dati disponibili (sono stati intervistati migliaia di studenti delle scuole medie e delle scuole superiori italiane, abbracciando quindi l’intera fascia di età dei cosiddetti “teens”), ma anche, come sottolineato in questo libro da Marcello Esposito, per la modalità di auto-erogazione dei questionari (tutti online e anonimi, somministrati nelle aule di informatica durante l’orario scolastico, vietando agli insegnanti o ad altre figure adulte di preparare prima gli studenti, di essere presenti durante l’erogazione e/o di rispondere a qualunque domanda anche solo esplicativa da parte degli studenti stessi), e soprattutto per il fatto che gli intervistati appartengono a quella che è la prima generazione “smartphone-native”.

Come sottolineava uno dei padri della sociologia italiana Giorgio Ceriani Sebregondi bisogna “continuare a cercare per continuare a capire”. E bisogna continuare a cercare anche con metodi e modalità nuove se si vuole continuare a capire, soprattutto se si tratta delle generazioni nate nel terzo millennio. Il numero così largo di partecipanti ai Selfie autosomministrati rende tale analisi sia uno strumento prezioso in vista della ricerca sui fattori di rischio che si possono associare ai comportamenti additivi, sia per quanto riguarda il consumo di sostanze tossiche, che per le pratiche del gioco di azzardo e delle dipendenze distruttive che esso provoca, sia uno strumento di aiuto inestimabile per orientare educatori e realtà che si confrontano con episodi di malessere giovanile, o che intendono porre in atto strategie di prevenzione e di contrasto. Come sottolineano Franco Taverna e Anna Polgatti, sin dall’inizio dall’inizio era chiaro che il progetto avrebbe veramente raggiunto il suo scopo non se avesse prodotto paper per riviste scientifiche, ma se fosse diventato uno strumento operativo nelle mani di docenti e genitori, ma anche degli studenti: la restituzione dei dati diventa infatti spunto di riflessione per aprire finestre di dialogo su alcuni aspetti della vita dei ragazzi. Infatti, il sentirsi protagonisti attivi di tale progettualità ha coinvolto i ragazzi in un processo di cittadinanza attiva e consapevole, stimolandoli a vivere sia il tempo scolastico sia quello legato alla loro sfera personale con una maggior consapevolezza. Alcuni di loro hanno poi partecipato ad assemblee e convegni cittadini, rilasciato interviste a testate locali e non, portando uno sguardo sul mondo adolescenziale dall’interno e riuscendo a riempire i numeri emersi dalla loro ricerca di significati profondi e spesso personali. Anche questo libro come avrete capito dal suo svolgersi e dalla sua struttura non propone una riflessione fine a se stessa ma si indirizza a chi è impegnato nell’azione di accompagnamento degli adolescenti e di cura dei loro disagi.

Da qui, da questa intenzione l’appello di Simone Feder: “Cosa serve oggi nella clinica del disagio? Uscire sulla strada. Non è restando chiusi nei nostri comodi uffici che potremo raggiungere chi realmente necessita di un sostegno. Oggi il primo traguardo verso cui accompagnare le persone più fragili è quello di riconoscere l’esigenza di avere un aiuto, prenderle per mano percorrendo insieme anche fisicamente quel tratto di percorso necessario alla possibilità di iniziare ad ipotizzare un benessere diverso”.

A questo proposito, personalmente, mi colpisce che rimangono all’ultimo posto tra le scelte dei giovani le associazioni e in diminuzione, nelle loro scelte, gli oratori. Solo l’8.4% svolge attività presso associazioni giovanili almeno una volta alla settimana. Il volontariato e l’impegno associativo ecclesiale, sociale e politico riguarda sempre meno i giovani delle scuole superiori e questo, come sottolinea giustamente Milena Santerini, “richiederebbe una riflessione”.

Una riflessione che chi scrive propone spesso al mondo del volontariato e dell’impegno civile. Infatti come ricordava Sant’Agostino: “Amiamo forse altro che il bello?”, e ancora “Non si cambia se non per una attrattiva”. Troppo spesso abbiamo ridotto l’impegno volontario ad una questione organizzativa e ad una pulsione in fondo moralistica, perciò, triste, grigia quando invece andare incontro agli latri non è solo un modo per costruire la propria identità ma un’esperienza, bella e spesso esaltante. Per questo invito lo splendido gruppo di lavoro di Progetto Selfie a ragionare, insieme, per le prossime edizioni ad un percorso specifico su questo tema. Il tema dell’uscire da sé per scoprire il sé più vero e profondo.

 

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