Bere fino al coma. Sotto i 14 anni il 17% dei ricoverati per abuso

Minorenni ed alcol. Un binomio in continua crescita. E un altro dramma per i giovani, le famiglie, la società. Il dossier adolescenti, che purtroppo continua ad arricchirsi di pagine tristi, ci porta attraverso Giusi Fasano ed il “Corriere della Sera” del 9 gennaio nei pronto soccorso dove arrivano ragazzi di 14, 13, addirittura 12 anni storditi da birra, rum, vodka, cocktail. In certi casi perfino in coma etilico con rischi di danni neurologici permanenti. A Bolzano nella notte dell’ultimo dell’anno sono stati ricoverati nove minorenni per grave abuso di alcol e tassi alcolici cinque volte superiori ai limiti di legge. Limiti che tra l’altro sono tarati sugli adulti, non certo su ragazzini “che non sono in grado di metabolizzare nemmeno un bicchiere di vino”.

Bolzano è solo una delle tragiche bandierine di questa sconvolgente mappa: a Cagliari una tredicenne è finita in coma etilico, a Pavia una minorenne è stata portata in ospedale in stato di incoscienza, a Terni altri tre minorenne in coma etilico. I medici parlando di “emergenza sociale”. Se ne sono resi conto anche parecchi genitori che hanno dato vita ad un “Comitato genitori no alcol” che effettua “controlli all’esterno dei locali: due genitori per ogni locale che ha la fama di vendere alcolici ai minori”.

Il 17 % di coloro che arrivano ai pronto soccorso per abuso di alcol ha meno di 14 anni. Sono più le ragazze dei ragazzi perché gli enzimi del fegato femminile hanno meno capacità di metabolizzare l’alcol. E comunque nei giovanissimi l’alcol “interagisce con i neuroni e ne pregiudica il funzionamento, per esempio, con possibile perdita di memoria e orientamento”.

Bevono per problemi in famiglia, perché si sentono a disagio nel gruppo e “l’alcol ha valore disinibente” o semplicemente per seguire gli altri. L’alcol rischia di sviluppare dipendenza e, avvertono sempre gli esperti, fa “perdere il controllo” “perché stacca la corteccia prefrontale, quella, appunto, della razionalità”. Di conseguenza viene meno la percezione del rischio e capita, come le cronache purtroppo riportano sempre più spesso, che “vado a 150 km orari dove dovrei andare a 50”.

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